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Rudera. Sculture in terracotta 2007-2017

Rudera. Sculture in terracotta 2007-2017

Venerdì 13 ottobre 2017, alle ore 17,00, al Museo Novecento a Napoli e nella chiesa di Sant’Erasmo sulla Piazza d’Armi di Castel Sant’Elmo a Napoli si è inaugurata la mostra di sculture di Giuseppe Pirozzi Rudera. Sculture in terracotta 2007-2017 a cura di Enrico Crispolti. La mostra prosegue fino al 31 gennaio 2018 con orari 9.30-17.00 (martedì chiuso).

Il titolo dell’esposizione è tratto dalla poesia “Rudera”, composta da Michele Sovente per la scultura di Giuseppe Pirozzi. La mostra si articola in tre spazi diversi del Castel Sant’Elmo: nel Museo è presentata una selezione di opere in bronzo che testimonia le fasi principali del percorso di ricerca artistica dello scultore, dagli esordi degli anni Cinquanta a oggi. La chiesa di Sant’Erasmo – che per la prima volta si aggiunge agli spazi espositivi – accoglie venticinque sculture in terracotta, in gran parte inedite, realizzate dall’artista nell’ultimo decennio. Infine, nella sagrestia della stessa si trova l’istallazione Preghiere, costituita da cento formelle in terracotta ingobbiata, plasmate con continuità rituale dallo scultore negli ultimi quattro anni e allestite a parete come opera unica.

Il curatore Enrico Crispolti definisce le opere esposte: «Marchingegni immaginativi, nei quali con grande disinvoltura e maestria plastica, Pirozzi propone come delle occasioni di divagazione inventiva, offerte con un garbo quasi di “capriccio” appunto plastico settecentesco. In cui la componente ludico immaginativa, attraverso un riscontro sincretico di possibili ricordi e suggestioni, si fa occasione di circostanziata, plausibile, provazione plastica. Occasioni d’immaginare allusivamente, in una gamma assai ampia di invenzioni, combinazioni, soluzioni, il cui senso credo risieda tutto nell’offerta, molto svariata, d’un possibile repertorio di sapienti provocazioni plastiche combinatoriamente appunto allusive. Raramente tuttavia insinuandovisi un accento monitoriamente drammatico. […] Mentre nell’adiacente sacrestia, Pirozzi propone un’installazione ambientale costituita dall’allestimento compattato su un’unica parete di cento piccole formelle […] La vivacità della cui breve ma evocativamente e direi umoralmente intensa e svariatissima invenzione, sia iconico-plastica che di caratterizzazione cromatica, in piccole superfici dunque variopinte ciascuna diversa e a suo modo spiazzante, costituisce, quasi attraverso un fitto regolare insieme di immaginifici, misteriosamente allusivi ex-voto, un insieme a suo modo unico, e al tempo stesso d’un di volta in volta sfogliabile insieme di pagine tanto uniche quanto complessivamente, come qui appunto, memorialmente connettibili» (Per il sincretismo iconico memoriale di Pirozzi, inoltrandosi nel Duemila, estratto, 2017).

La collezione permanente del Museo Novecento a Napoli include due opere dell’artista: Figura in movimento (1956) e Venerato ricordo (1966).

Catalogo edito da Editalfa, testi di Anna Imponente, Anna Maria Romano, Enrico Crispolti, Gabriele Frasca, Ugo Vuoso, Claudia Borrelli, Francesca Pirozzi.

Ceramica: FormaMateriaColore

Ceramica: FormaMateriaColore

Tri-personale di scultura ceramica di Clara Garesio, Ellen G. e Giuseppe Pirozzi, a cura di Gabriella Taddeo, testo critico di Clorinda Irace, con il Patrocinio del Comune di Salerno e del Comune di Atrani (SA).  Vernissage: sabato 21 maggio 2016 h 18.00, Museo Città Creativa di Ogliara, Via Ogliara, 127/143 – Salerno. Dal 21 maggio al 15 luglio 2016. 

La mostra “Ceramica: Forma Materia Colore” degli artisti Clara Garesio, Ellen G. e Giuseppe Pirozzi al Museo Città Creativa di Ogliara Salerno, intende proporre – come scrive la curatrice – «tre diverse declinazioni del linguaggio ceramico e nello stesso tempo indagare il tema di una attuale famiglia di artisti. Giuseppe Pirozzi, ex-docente all’Accademia di Belle Arti di Napoli, fin dagli anni ’50 si è confrontato con la contemporaneità prevalentemente nel campo della scultura, scegliendo come materia d‘elezione il bronzo, ma dedicandosi nell’ultimo decennio prevalentemente alla terracotta, facendo affiorare dalla materia argillosa archetipi e immagini della memoria; Clara Garesio – sua moglie – è ceramista di formazione faentina ed opera da sempre nell’arte ceramica e nella didattica, sperimentando molteplici tecniche e linguaggi, dalla maiolica, al grés, alla porcellana, alla terracotta decorata con originali smalti policromi, privilegiando la ricerca sul colore e sulla superficie; Ellen G., architetto, storico dell’arte e artista – loro figlia – si esprime con un linguaggio centrato sulla costruzione razionale della forma plasmata nella terracotta e ricoperta da sobrie cromie ad ingobbio o smalto, nascono così forme atemporali, arricchite da allusioni simboliche universali. In altre parole da una stessa atmosfera familiare, da una stessa radice si diramano tre vitalità artistiche particolari, eterogenee fra loro, ma ognuna di notevole, indiscusso spessore».

 

M. Franco. Giuseppe Pirozzi Il signore delle forme

M. Franco. Giuseppe Pirozzi Il signore delle forme

in «La Repubblica», Napoli, 16 marzo 2014

 

Lo studio dello scultore Giuseppe Pirozzi, adiacente al Museo Archeologico, è uno spazio vasto e affollato. Entrando ci vengono immediatamente incontro statue di bronzo e di terracotta, volti, lettere dell’alfabeto e numeri incisi o a rilievo su sculture dove animali, lune, foglie racchiudono per l’artista pagine di vita che si richiamano alla sua produzione in bronzo ma anche in cemento o, con i suoi gioielli, in metalli preziosi. Siamo andati a trovarlo per fargli gli auguri in occasione dei suoi ottant’anni, che festeggerà nell’Accademia di Belle Arti. E gli abbiamo chiesto il perché della scelta del luogo. « Il perché è chiaro – ci risponde Pirozzi – è un necessario riconoscimento al luogo nel quale ho trascorso la maggior parte della mia vita, dove ho avuto maestri, colleghi e allievi. Soprattutto a questi ultimi sono molto legato e molti di essi mi frequentano ancora, vengono al mio studio, discutiamo… Se non ci fossero strane leggi legate all’età anagrafica e non alla passione e alla professionalità, io in Accademia ci starei ancora volentieri ed ho voluto esserci in questo giorno di festa, grazie all’invito della direttrice Spinosa e di tutti i miei colleghi che ancora mi stimano e mi vogliono bene». Una parte dello studio è riservato a Clara Garesio, sua moglie e compagna di vita, ceramista per vocazione e per professione (insegnava al liceo le tecniche della porcellana di Capodimonte), di origine torinese, ma che aveva scelto Amalfi e Vietri come terre d’elezione per dar corpo alla sua fantasia di forme e colori e che ha ripreso a far mostre grazie al soprintendente Zampino, che l’ha sempre stimata. Ottant’anni sono anche momento di bilancio di una vita intera dedicata all’arte e Pirozzi non si sottrae a un’analisi che parte da lontano: «Abbiamo cominciato a lavorare fin dagli anni Cinquanta, in un contesto spesso ostile o, peggio, indifferente, in un momento in cui le energie creative tese al rinnovamento si scontravano con le difficoltà di una città nella quale la mancanza di un mercato culturale si univa all’imperare di una vieta tradizione pittorica di matrice ottocentesca. Faccio parte di quella generazione di artisti – continua Pirozzi – che con la sua vitalità e il suo anticonformismo, sottrasse Napoli alle stereotipate forme di un folclore senza più nerbo e significato, per inserirsi in un contesto di ricerca e di sperimentazione italiano, europeo, internazionale». Al contrario di molti suoi coetanei, Giuseppe Pirozzi è contento dei riconoscimenti cittadini. «Ricordo con piacere una mostra degli anni Novanta, strutturata e criticamente orientata, come “Fuori dall’ ombra”, che mise insieme opere disperse tra collezioni private, musei, case di eredi e studi d’artista, e che è servita da modello per la Galleria Civica che a Sant’Elmo si chiama “Napoli Novecento”, mostrando una generazione di artisti che si è mossa seguendo un’urgenza generazionale, intrecciando sogno, lotta e poesia, senza rinunciare al respiro mitologico di una città in cui l’eterogeneità e le dissonanze hanno sempre imperato». Giuseppe Pirozzi, nato nel 1934, formatosi presso l’Accademia di Napoli, allievo di Emilio Greco e, soprattutto, di Augusto Perez, di cui diverrà amico e sodale, nella prima parte degli anni Sessanta fu attratto dall’informale: «Un’esperienza che servì a liberarci dalla tradizione – afferma – e ad accostarci a quelli che erano i nostri miti giovanili, da Marino Marini a Henry Moore. Con le mie sculture astratte, ma dalle forme antropomorfe e inquietanti, partecipai al premio Spoleto, nel ’58 e nel ’61, e poi a una mostra voluta e curata da Raffaello Causa, che si tenne nel ’61 alla Casina Pompeiana, dove esposi “Danza spezzata”, una scultura materica, di metallo e cemento. Ma la figura umana, abbandonata, tornò ben presto, seppure in chiave diversa, destrutturata, resa per frammenti, inserita in elementi architettonici, in forme che ricordano il barocco napoletano». Negli anni della contestazione Pirozzi lavorò a una serie di “Contenitori”, dove una forma cilindrica, rigida, simboleggiava la regola e l’ordine, mentre verso l’alto esplodeva una massa magmatica e informe che fuoriusciva con dirompente forza anarchica. Esposti da Enrico Crispolti all’Aquila nel ’68, in una mostra famosa, “Alternativa sociale”, si imposero per la loro valenza metaforica, quasi di manifesto politico. Gli anni Settanta, invece, segnarono una sorta di ripiegamento verso l’indagine psicologica, un ritorno al privato. In quegli anni Pirozzi realizza sculture di piccole dimensioni in argento, creando una serie di gioielli preziosi e unici. In questo periodo nascono anche opere che diventano subito famose, come “Immagine alla deriva” e altre in cui una vena di tipo esistenziale e onirica si lega a forme di un rinnovato classicismo. Esposti a Milano, alla galleria Le Ore, vengono paragonate dai critici al “flusso di coscienza” joyceano. La storia delle trasformazioni della scultura in Pirozzi è la storia di una trasformazione anche personale e spirituale. Trasfigurare le forme, per ospitare una dimensione diversa dell’esistenza, avvicinandosi ai cicli del tempo e della natura. «Cominciai a lavorare sul senso della speranza, della vita. – chiarisce lo scultore – E così nacque il ciclo delle Germinazioni: il seme, l’albero, il frutto, una germinazione che dalla terra si tende verso la luna, un disco rappresentato al negativo, che accentua il contrasto pieno-vuoto». Negli anni Ottanta, a partire da “Riscoprire Psiche”, una figura che richiama la statua omonima del Museo Archeologico, Pirozzi comincia a porre sulle sue opere segni alfabetici, numeri, lettere: «All’inizio era un modo per sottolineare un titolo, un tema, forse anche un codice intimo, un intendere che la vita stessa è segnata da cadenze, ritmi, numeri, simboli». Pirozzi, ha sempre avuto modo di confrontarsi con le innumerevoli e diffuse tracce dell’arte e della storia antica. Parliamo di una delle sue mostre più recenti, presso il Museo Archeologico, dove ha ripreso gli “oscilla”, i dischi votivi che nell’antica Roma venivano appesi agli alberi in occasione delle feste di Bacco. «Non ho voluto solo “rivisitare” un genere – dice – concetto reso obsoleto proprio dai cambiamenti dell’arte contemporanea, quanto rendere visibile il percorso mnemonico: un intreccio di storia dell’arte e storia personale, che permette di comprendere come l’idea e la pratica dell’arte siano legate alla tradizione della ricerca, che parte dal mondo classico, per poi manifestarsi negli spazi dell’illusione. Vorrei – continua Giuseppe Pirozzi – che chi guarda viva un’esperienza totalizzante».
Gli auguro buon compleanno e riguardo l’insieme delle sue opere dove si intrecciano passato e presente, dimostrazione di una tecnica consapevole e di una forza drammatica, fantastica, onirica, capace di soddisfare il desiderio di memoria dell’osservatore, per arrivare a rappresentazioni che, rimettendo in gioco l’idea stessa di realtà, si caratterizzano come luoghi di osservazione e di svolta, dove Pirozzi, partendo da un immaginario arcaico, giunge a un immaginario teso ad ottenere il disvelamento del pensiero e dell’inconscio.

G. Appella. Il Presepe dono di Giuseppe Pirozzi

G. Appella. Il Presepe dono di Giuseppe Pirozzi

in G. Appella, Il Presepe dono di Giuseppe Pirozzi, Roma, Edizioni della Cometa, 2012

 

Trentasei formelle, tutte di cm 33×33, dispiegate sul tondo simile a una volta celeste rovesciata, con al centro, librate verso l’alto, le braccia aperte del Bambino, il volto estatico della Madonna e quello adorante di Giuseppe, apparecchiano doni, simboli, perle di saggezza, annunci, preghiere, inviti: Non temete, oggi nella città è nato il vostro Salvatore.
Quattro cartigli come attributo degli evangelisti, tre uccellini che becchettano, quasi si apprestassero a saltare nelle mani del Bambino o dovessero essere tenuti per una funicella, una stella caduta dalla corona della Madonna per indicare la via verso Betlemme, una pagnotta che restituisce il corpo del pargoletto sprofondato nella culla e il sacrificio che verrà, tre uova ad annunciare il principio creativo e la rinascita, sette libri aperti e chiusi a personificare le virtù e le Sacre Scritture, due melegrane a trasmettere la rigenerazione della terra dopo il ritorno alla vita, un melone, una pigna, una verza ad esprimere la fertilità, vasi, orci, anfore e brocche per mirra, unguenti, olio santo, manna e vino, cinque pesci a rivelare che saremo chiamati al battesimo (le lettere della parola greca che significava “pesce” non costituivano le iniziali dell’espressione “Gesù/Cristo/di Dio/il Figlio/Salvatore”?), le rovine dei templi smantellati per costruire una Nuova Gerusalemme, la navicella che conserva l’incenso per le quotidiane preghiere da far salire al cielo e, accanto, due barrette d’oro, la conchiglia come distintivo dell’artista pellegrino che affronta il mare per sciogliere un dubbio (le cose non sono come sembrano) e da uomo di buona volontà trova la pace nella gloria di Dio.
Pirozzi ha sintetizzato nel suo presepe secoli di iconografia e lunghe meditazioni, sottraendosi al brulicante coacervo del Presepe Cuciniello, cui ogni buon napoletano è costretto a fare riferimento, senza minimamente sacrificare, sul piano del linguaggio formale, i valori della rappresentazione. L’unico spettatore è lui, presente con la sua ombra ogni volta che ruota attorno al cerchio quasi dovesse offrire quanto ha modellato, anche i doni dei re Magi.
In una veduta d’insieme, i dettagli narrativi, giustapposti come nel presepe napoletano, sono intercambiabili. Gli oggetti si posizionano per sostenere ed esaltare la triade che dall’alto socchiude gli occhi sulle nostre angosce quotidiane.
Nel silenzio, in un angolo, la colomba becchetta sulla creta la parola Speranza.