[…] “…incollata-rotta-numerata-re/incollata…”
Ponendomi difronte alla successione di quelle formelle, entrando immediatamente in sintonia con lo scorrere liturgico di tutta una fisicità che il colore dettaglia al suo interno, frammento dopo frammento nasce, eccezionalmente in anticipo sul testo stesso, il titolo dell’Esposizione “Se ti offro di sfogliare la mia terra”.
Rispetto agli anni contrassegnati da una processualità linguistica fatta per costruzione, rispondente ad una organizzazione spaziale che controlla sistematicamente il dialogo dei valori iconografici coinvolti, in grado di gestire e trattenere ogni tentativo di una materia aformale di espandersi, si afferma pienamente, grazie ai valori antropologici che stanno all’interno della ‘terra’, e prende corpo la libera grammatica del ‘foglio’, in cui Pirozzi distribuisce per trascrizione ciò che il bisbigliare della preghiera suggerisce all’operatività della mano.
Abbandonando i condizionamenti del bronzo, liberatosi dall’obbligo della sua storia civile, ho l’impressione che l’artista, evitata la retorica emarginazione della territorialità, sia andato a percorrere quel tracciato espressivo inedito che si fonda sulla completa e coraggiosa autonomia del ‘rischio’, a sua volta frutto prezioso della sperimentazione, perché alla sperimentazione si giunge solo quando l’esperienza, combinata con l’intimità libertà del pensiero, offre la sua disponibilità e ti accompagna verso l’unità dialettica dell’opera; spezzata e solcata, cucita e rammendata – nel foglio sta il grumo – frammentata nel percorso del proprio vissuto, incollata-rotta-numerata-re/incollata, mai citata, ma trascritta ed “offerta” dall’artista al racconto, all’immaginazione del lettore, alla sua emozione, forse al suo maturare nella complessità del sentimento: “Quando ho deciso di scrivere e poi di sfogliare la terra”.
‘Catasta’ malferma è archiviazione di tante pagine di terra.
Al momento in cui Pirozzi decide di ‘scrivere’ un libro di terra, testimonianza operativa di tutto un vissuto dentro la storia della sua nobile terra di grandi culture, e poi permette a noi di ‘sfogliare’ le sue ‘pagine di scultura dipinta’, prende corpo la necessità di fornirsi di un piano di appoggio, di un tavolo basso/la struttura di un letto, con valore di espositore dilatato al cui interno lo sguardo si possa immergere, soffermarsi su quei particolari sempre diversi che contrassegnano a sbalzo la fisicità instabile dei piani, mentre il Nero, frutto tangibile di una carbonizzazione della materia, riquadra le fisiche variabili policrome dei Bianchi e degli Aranci, degli Azzurri e dei Blu.
L’osservazione perde le comodità della stabilità, obbligata a circumnavigare lo sviluppo quadrilatero dell’opera installata, seguendo – dal sepolcro all’altare – ciò che è proprio della scultura monumentale, lungo la sua antica storia. È su questa linea storica che si inserisce e si pone la dimensione progettuale di “Respiro”, esemplarmente sottolineata dall’incidenza di una ‘catasta’ centrale, frutto emozionalmente trasgressivo di una orchestrata stratificazione, malferma archiviazione di tante ‘pagine di terra ’: ‘confidenziale’ testimonianza di una maturità espressiva che ha beneficiato, senza autoreferenzialità e priva di retorica, della trasmissione del mestiere dell’arte: “Ce qui sépare l’art contemporain de l’art au sens historique du terme est que ce dernier relève d’une économie du don et non pas d’une économie spculative et marchand”.(Francois Dérivery)[1]
La ‘scultura dipinta’, come apprendo direttamente dalla voce esperta di Pirozzi, è frutto di un processo che, traducendo dal francese “englober”, permette una stesura del colore sulla terra quando questa è tendenzialmente asciutta, ed attende la sua prima ed unica cottura.
Questa indicazione tecnica, dove il colore ‘copre’ (englobe-ingloba) la struttura fisica della materia, spiega perfettamente la ricerca, e subito la percezione estetica insita nell’opacità, nei suoi valori testimoni di sfumature psicologiche – intimità e melanconia -, aggiungerei letterari e poetici – languore e nostalgia: “Je revendique le droit à l’opacité, c’est-à-dire à ne pas être pleinement compris et à ne pas comprendre pleinement les autres.” (Eduard Glissant)[2]
Evitando le trasparenze e le raffinatezze proprie di un utilizzo degli ossidi, Pirozzi ci fornisce intatta tutta la consistenza della propria scultura, e con essa il valore di testimonianza del suo pensiero visivo. La modalità di gestione del colore fornisce tangibilità alle superfici ed ai frammenti che vi si inscrivono, produce concretezza arcaica al corpo plastico, determina l’indipendenza della lettera attraverso la ‘sottolineatura’ espressionista, si incunea tra gli spessori e mette in evidenza grumi ‘dimenticati’ di materia, opera a tratti la stessa cancellazione, pur permettendo l’affiorare della natura ancestrale della stessa terra su cui tutto si distribuisce e si trascrive.
[1] “Ciò che distingue l’arte contemporanea dall’arte nel senso storico del termine è che quest’ultima opera all’interno di un’economia del dono e non di un’economia speculativa e commerciale.” (Francois Dérivery, artista, 1937)
[2] “Rivendico il diritto all’opacità, cioè il diritto di non essere pienamente compreso e di non comprendere pienamente gli altri.” (Eduard Glissant, scrittore, 1928-2011)