2017

 
 

«La vista scivola attorno all'universo. La mano invece sa che l'oggetto è abitato da peso, che può essere liscio o rugoso, che non è parte dello sfondo di cielo o di terra con cui pure sembra far corpo. L'azione della mano definisce il vuoto dello spazio e il pieno delle cose che lo abitano. Superficie, volume, densità, pesantezza, non sono fenomeni ottici. L'uomo li conosce da subito con la cavità delle palme; misura lo spazio non con lo sguardo, ma con la sua mano e il suo passo. Così il tatto riempie la natura di forze misteriose.» Iniziare la descrizione del lavoro di Giuseppe Pirozzi con una citazione dall’ “Elogio della mano” di Henri Focillon mi è sembrato quanto mai opportuno. La produzione di Giuseppe Pirozzi ha come principio costante l’azione delle mani che permette di conoscere e di modellare la materia e di infondere nelle sculture “forze misteriose” che esplicitano i sussulti profondi dell’animo dell’artista.

Il titolo della mostra Rudera Sculture in terracotta 2007-2017 si riferisce alla produzione più recente del percorso creativo dello scultore, in cui sperimenta le potenzialità della terracotta, più malleabile e fragile rispetto sia al robusto e duraturo bronzo sia al gesso, materiali che hanno caratterizzato i suoi lavori dagli anni della formazione. Per questo motivo l’esposizione è stata arricchita anche da alcune sculture in bronzo, tecnica, quella della fusione, legata indissolubilmente alla sua poetica. Le opere inserite nel percorso espositivo, accanto alle due già presenti nel museo Novecento a Napoli grazie alla generosità dell’artista, contribuiscono, infatti, ad approfondire la conoscenza della produzione dello scultore.

La prima opera è Figura in movimento (1956), esposta nella collezione permanente di Castel Sant’Elmo. Il bronzo ritrae una donna che, nell’atto di tendere le braccia, racchiude in sé tutta la tensione dell’azione bloccata.  L’immagine sembra restituire la stessa tensione dell’artista nel momento in cui, non avendo ancora abbandonato l’adesione al dato naturalistico delle sue primissime opere come Donna seduta (esposta a Castel Sant’Elmo nel 1991 in occasione della mostra Fuori dall’ombra. Nuove tendenze nelle arti a Napoli dal ’45 al ’65), già forgia la materia con un tratto vibrante che lo accompagnerà per gran parte della sua produzione successiva.

Effetti di magmatica lucentezza e di profondità chiaroscurale sono già assodati in Animale in amore del 1963. Tralasciando le regole della verosimiglianza, la scultura si concentra sulla posizione dell’animale, in equilibrio instabile sul muso e le zampe, che si stringe su se stesso formando una circonferenza piena e una vuota. Lo spazio geometrico così creato, che tante volte ritorna nelle sue opere, «definisce il vuoto dello spazio e il pieno delle cose che lo abitano» riformulando quel principio di tridimensionalità che soltanto la scultura riesce a restituire. 

In questo percorso cronologico, di poco successivo è il gesso patinato Venerato ricordo (1966) esposto a Palazzo Reale di Napoli in occasione della Terza Rassegna d’arte del Mezzogiorno (1967-1968). Come in uno scavo archeologico, da una materia informale emergono un volto, racchiuso in un clipeo di classica memoria, e la sagoma di una figura; reperti di un’antichità che riaffiorano come un ricordo del passato.

L’opera Sandwich (1972) è contemporanea alla produzione dei Contenitori (fine anni ’60 inizi anni ’70), cilindri, spesso in acciaio, che non trattengono la violenza irruenta della materia che fuoriesce e si solidifica in conformazioni irrequiete. Quasi come se la scultura, adottando un oggetto di uso quotidiano, fosse recalcitrante alla staticità alla quale per sua stessa natura è legata. Un rimando soltanto formale alla pop art, ma che nelle intenzioni è ancora una riflessione sulla materia della scultura, compressa tra lastre di bronzo lucide sulle quali il blob informe si specchia accrescendone ulteriormente la potenza visiva.

Dalle masse confuse e straripanti dei Contenitori nasce nuova vita e la produzione della fine degli anni ‘70 riparte dai Semi. Germogli che mettono radici con lunghi filamenti e generano nuove e intricate forme arboree e non solo. Una rinascita che con Un luogo respiro orizzontare, per citare il titolo di un’altra opera dell’artista, si materializza sottoforma di nuovi paesaggi della mente. Psiche come testimonianza (1983) racconta anche questo: una mano solleva il velo che offusca la ragione, con le sembianze della fanciulla della mitologia greca, attorno alla quale si affollano numeri e lettere, frammenti allusivi di un pensiero che supera i limiti di una cornice vuota, posti dallo stesso artista.

Nuovi paesaggi della mente si affacciano nella produzione degli anni 2000, le opere Unità scissa (2000) e Portrait in square (2002) raccontano di antiche e nuove sofferenze, nel primo caso la scultura è lacerata da profonde scanalature e rimanda a tetre apparizioni, nel secondo l’inserimento di chiodi e flebo alludono ad angosciati esperienze personali. 

Elogio della mano (2002) e Elogio del piede (2002) sviluppano il tema del ricordo accanto agli oggetti dell'infanzia, la piccola sedia con la seduta in paglia, la foglia di fico delle passeggiate ad Amalfi e agli utensili del lavoro, riaffiora la memoria della statua di Costantino, i resti di un'antichità rinvenuti in frammenti di storia. D’altra parte se le piccole e preziose sculture per il soggetto sembrano rifarsi al colossale marmo romano, per le dimensioni rievocano le piccole antiche statue votive, una celebrazione dell'uomo attraverso i suoi arti che, come scrive Henri Focillon, «misura lo spazio non con lo sguardo, ma con la sua mano e il suo passo».

Siamo giunti, infine, alle terrecotte sintesi di un percorso durante il quale l’oscillante passaggio dall'elemento figurativo all'esperienza informale connota la prassi e la riflessione di un artista. Ispirato da contingenze, da ricordi e da pensieri, si sottopone quotidianamente a un rituale, realizzando le sue Preghiere, «la mano è azione: prende, crea e talvolta si direbbe che pensi. Quando riposa non è un utensile inanimato, lasciato sul tavolo o abbandonato lungo il corpo: l'abitudine, l'istinto e la volontà d'azione meditano in lei, e non ci vuol molto a prevedere il gesto che esse compirà» (H. Focillon).

Claudia Borrelli