2016

 
 

«Non è Picasso il solo né il primo artista che si sia volto con emozione alla ceramica, cercando nella ceramica quello che la scultura non può dare e la pittura nemmeno, e ciò ci induce ad indagare il destino di questa arte nella quale forma-materia-colore sono una cosa sola». Con queste parole Gio Ponti nel 1948 poneva in evidenza il “destino” eccezionale dell’arte fittile, in quanto scultura visiva o pittura tattile, pertanto capace di offrire all’artista un plusvalore di possibilità espressive rispetto alla propria disciplina d’elezione, perché, come diceva Nanni Valentini, «con la ceramica si può manipolare la terra, creare a tre dimensioni, ma anche dipingere, colorare, smaltare, graffiare, incidere». È noto, d’altro canto, che proprio il secolo che più d’ogni altro ha visto attuarsi ogni sorta di sperimentazione artistica abbia pure celebrato più che mai il fausto matrimonio tra ceramica e arte, sebbene assai rari siano i casi in cui l’artista, interprete del medium ceramico, ne manifesti appieno le potenzialità plastiche, decorative e pittoriche, senza propendere per l’uno o per l’altro carattere dell’ibrida natura ceramica, seguendo nell’invenzione la propria primaria inclinazione. Pensiamo al plasticismo di ascendenza geometrica, declinato in forme monocromatiche morbide e organicamente modulate di Carlo Zauli oppure al fascino tellurico della terracotta di Nanni Valentini, che traduce in linguaggio poetico l’alchimia della materia e dei suoi elementi, o ancora alle raffinate visioni floreali valorizzate da preziose cromie e lucenti finiture superficiali delle maioliche di Galileo Chini. Ciò vale nondimeno per l’artigiano ceramista, il quale, anche quando è artefice di una produzione alta, resta sostanzialmente un creatore ed esecutore di forme oppure di decori e raramente si dedica ad entrambi questi aspetti mettendo in campo la medesima qualità del saper fare, ma lavora piuttosto in équipe, valorizzando la collaborazione tra specialisti delle diverse fasi del complesso processo ceramico.

A partite da simili considerazioni nasce l’intenzione di stabilire un dialogo tra artisti protagonisti di modi differenti di interpretare la ceramica, in quanto forma, materia o colore, così da ricomporre nel confronto tra linguaggi e percorsi di ricerca diversi una ideale completezza di significato. È questo il tema della mostra, curata da Gabriella Taddeo e presentata da un testo critico di Clorinda Irace, dal titolo Ceramica: Forma-Materia-Colore, in corso nei mesi di maggio e giugno 2016 al Museo Città Creativa di Ogliara, che vede in esposizione, negli spazi luminosi del moderno museo salernitano, una multiforme panoramica dell’opera di tre artisti contemporanei, accomunati dall’uso del medium ceramico, e invece differenziati da una sua autonoma e personale interpretazione: Ellen G., Giuseppe Pirozzi e Clara Garesio.

Ellen G. è architetto e conservatore di beni culturali. Affianca all’attività artistica l’insegnamento e la ricerca storico-artistica. I suoi media d’elezione sono il papier collé e la scultura in ceramica. I suoi lavori sono stati esposti in rassegne e mostre personali e acquisiti a musei e collezioni private. Ha realizzato, inoltre, interventi in spazi pubblici. Il suo nome d’arte deriva dall'assonanza con la radice linguistica greca «lg», da cui légo, "mettere insieme", in quanto il legame relazionale rappresenta una costante nel suo lavoro, la cui modalità creativa si incentra, appunto, sulla ricerca di correlazioni tra elementi del vissuto e del pensiero, spesso desunti dal repertorio universale dell’arte, talaltra da quello naturale, iconico o simbolico. Franco Cipriano scrive che le sue opere «sono dei pensieri plastici, delle "immaginazioni" che attraversano il tempo, costruendo scenari di spazi di ibridata sospensione delle forme. L'immaginazione si fa percorso del fare e "incrocia" pluralità di forme in un inedito paesaggio transtemporale».

Torinese di nascita e faentina di formazione, Clara Garesio ha sempre condotto, attraverso una rigorosa disciplina “del fare”, una personale e appartata ricerca artistica nel campo della ceramica, dando forma e colore alla propria inesauribile e pura immaginazione, in una dimensione di assoluta libertà creativa, scevra da mode o condizionamenti di mercato. Ha conseguito prestigiosi riconoscimenti e prodotto pregevoli pezzi per raccolte private e pubbliche italiane ed estere (i suoi lavori si trovano, tra l’altro, al Palazzo dell’ONU di Ginevra, alla CEE di Bruxelles, al MIC di Faenza, al MIAAO di Torino e nei principali musei d’arte ceramica). Nel corso della sua carriera artistica, ha partecipato a mostre collettive e personali in Italia e all’estero e della sua attività si sono occupati, tra gli altri Enzo Biffi Gentili, Anty Pansera, Eduardo Alamaro. Antonella Ravagli scrive che la sua è una «poetica semplice e spontanea, che trova il suo principale "medium" nella vivace policromia. La tridimensionalità, ricavata principalmente dalla stratificazione di superfici, diventa spesso un espediente per dar vita a infinite combinazioni cromatiche, tanto da parlare di scultopitture. Il risultato sono brevi "poemetti visivi", i cui "versi", ricavati dal ritmato inseguirsi di forme e colori, danno vita ad un gioco di rimandi che si traduce in divertimento contagioso».

Giuseppe Pirozzi è scultore ed ha alle spalle una lunghissima carriera artistico-espositiva, risalente agli anni Cinquanta, accompagnata per molti anni dalla docenza all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Ha ottenuto importanti premi e riconoscimenti della critica, esposto in numerose mostre personali e prestato la propria opera, quale vincitore di concorsi nazionali, per interventi monumentali presso edifici e spazi pubblici. Nel 2000 stato è insignito del titolo di Accademico Scultore dell’Accademia Nazionale di San Luca. Dai primi anni Duemila ha affiancato alla produzione in bronzo, quella in terracotta, realizzando cicli di formelle, sculture a tutto tondo, altorilievi, come la Resilienza installata nel Comune di Atrani, e installazioni, come il Presepe Dono. Rino Mele ha scritto che «Le sue terrecotte sono il livello elementare di una sintassi necessaria, il drammatico passaggio dall’inorganico all’interpretazione che il fuoco costruisce di quella radice originaria, dove la terra somiglia alla carne e ha la bocca del desiderio. Rispetto ai suoi bronzi, esse mostrano ciò che quelli eludono, la realtà profonda alla quale non possiamo sottrarci e contro cui, alla fine, la forza del tempo riconduce».

L’incontro tra le forme architettoniche, metafisiche ed evocative delle plastiche in terracotta, ingobbiata a monocromo, di Ellen G., la materia argillosa primordiale, densa di accumulazioni visive, di frammenti della memoria, in bilico tra realtà e mito, di Giuseppe Pirozzi e le sorprendenti esplosioni cromatiche e pittorico-decorative, dalle quali prendono vita le invenzioni ceramiche di Clara Garesio offre l’occasione di uno sguardo trasversale attraverso uno spettro di possibilità creative pressoché infinito, quale quello offerto dalla disciplina ceramica, cogliendone le tensioni interne e le relazioni dialettiche tra espressione identitaria, valori culturali e pura immaginazione.

Francesca Pirozzi