2015

 
 

Ascolta tu pure: è il Verbo stesso che ti chiede di tornare…

Agostino Confessioni IV 11

La tradizione del Presepe è la soglia scenica, ri-memorabile e rinnovabile, in cui l’umanità che ‘incontra’ il divino, come indica Giorgio Agamben in Infanzia e storia, esce dall’incanto misterioso del favoloso e si fa immagine storica. Quelle che erano immaginazioni incorporee – volti, eventi, luoghi – si materializzano sulla terra – nella terra, tra rocce e alberi, acqua e fuoco – e compongono una narrazione oscillante tra natura e storia. Rappresenta il senso del divino nella vita delle creature e della loro molteplicità, l’incarnarsi del Figlio che si espande nell’intreccio spaziale, di memoria barocca, che rompe la continuità temporale e fa della storia un paesaggio di scene e retroscene tutte visibili, di identità e alterità. Collegando apparizioni simboliche (gli angeli, la cometa…) con lo svolgersi della vita popolare, nel presepe i segni ed eventi del racconto evangelico sono coinvolti nelle attività, tra i luoghi e gli incontri della vita laboriosa (le case, il fiume, i pastori, i bottegai, gli artigiani…) e sul lontano sfondo s’intravedono le immagini ‘istituzionali’ (il castello, le guardie) e i Magi in cammino da Oriente per donare al Figlio di Dio i simboli della cura. Tutta la scena, con le sue figure, è simbolica, in un mutevole svolgimento spaziale che la immette più evidentemente nel movimento della storia. Nella istoriazione presepiale il mondo intero sembra circolare come un flusso di costanti e di variabili e tutto sembra “sensato”, logicamente ricomposto nei rapporti tra storia, memoria e natura ma l’enigma del tempo è sottotraccia. Nella scultura del maestro napoletano Giuseppe Pirozzi, invece, l’enigma è evidente, la memoria è sospesa in un paradossale, corale palinsesto spaziale di frammenti  simbolici, oggettuali e  figurali. L’intrecciarsi di segni e figure, di frammenti alfabetici e oggettuali, di vegetale e animale, che la mano fa nascere dalla creta è la materializzazione della visione scultorea di Giuseppe Pirozzi. Giuseppe Pirozzi della scultura fa un pensiero incarnato, in un movimento ibrido della materia che dà forma e trasforma insieme, che lavora sullo slittamento dei frammenti, l’uno sull’altro, l’uno nell’altro, facendo germinare un corpo eteroclito, un’alterità immaginale che si compone nel collegarsi del molteplice. La scultura di Pirozzi è ‘misericordiosa’, ha cura delle creature e della terra, fa rivivere la natura e la storia in osmotiche trasmutazioni della materia. Pirozzi è maestro della visione metamorfica delle cose. Il suo sguardo tende a stratificare e incrociare, rendendo nelle forme delle sue opere le possibilità di confluenze e trasformazioni, di nodi enigmatici e di rivelazioni di senso, con dissezioni, scavi e attraversamenti della materia in figura. E nei suoi “monumenti” operano “la memoria e la mano” (il poeta Edmond Jabès: “l’universo attraversa la mano, si riversa nell’abisso”). Ovvero: la memoria della/nella mano. Il gesto scultoreo è atto di rimemorazione delle cose e le rende all’intemporalità. Nella materia – in Pirozzi, la creta (materia leggendaria della Creazione) il bronzo e comunque il fuoco – la memoria trasforma la sua storia per avvenire a multiforme segno-spazio-immagine, nella singolarità del gesto autoriale. La scultura in Pirozzi ha una formatività germinativa: fa nascere e rinascere le sue ‘espressioni’ plastiche. Pur identificabili, le sovrapposizioni degli elementi entrano in un moto di efflorescenti movimenti della materia, un’oscillazione del senso tra identità e alterità, tra forma e informe, tra costruzione e de-costruzione, compenetrazioni che creano un’altra forma della memoria, in cui i frammenti della storia e della natura sono interazioni trasmutanti. E il trasmutare segnico-oggettuale di lettere, numeri, geometrie invade corpi umani e animali, creandone allo stesso tempo la dimora e il suo instabile insediamento. Come la scultura, per Pirozzi, sia una pratica spirituale lo indica il suo eccezionale “Presepe dono”, una articolata e complessa istallazione in terracotta che è la gloria della mano creatrice, della mano che medita facendo l’opera. Il Presepe presenta, nelle sue figure-simboli, frammenti della vita quotidiana, naturali e oggettuali, su di un piano circolare che evoca la sfera terrestre ma anche, nella terracotta, oasi memoriali nella “infinità” del deserto. Staccate con elementi metallici dal suolo ma della sua stessa materia, le presenze riflessive del volto di Maria e di Giuseppe, tra i quali le mani protese del Bambino incrociano concettualmente le mani fabbrili dell’artista, in uno spirituale abbraccio. In un suo testo poetico che è una personale preghiera d’artista, Pirozzi scrive: “Con le mie mani terra ho scavato/con le mie mani acqua ho sollevato”; e poi, “con le mie mani/forze antiche ho ascoltato/e i miei pensieri plasmato”. Evidente come le forme del fare artistico, per Pirozzi, siano nella loro materialità una risonanza dello spirito in una rivelazione della memoria della terra e della storia. Il suo è Ascolto di una profondità del Tempo alla quale siamo chiamati, dall’evento della Natività, persistentemente a “tornare”.

Franco Cipriano