2014

 
 

In un’artigianale poesia, Giuseppe Pirozzi ha scritto due versi straordinari nel farci capire la sua poetica, avvicinarci alla macchina di un sapienziale fare arte: “Con le mie mani / forze antiche ho ascoltato / e i miei pensieri plasmato”. Versi semplici, dedicati a un bambino, Gesù, per il quale aveva appena costruito uno spazio sospeso, il vuoto che regge la rete stellare su cui trentasei formelle mettevano in scena i frammenti di una storia muta se non per lampi, segni allusivi, particolari senza voce per il troppo gridare: l’antico tempio di Gerusalemme devastato occupa lo stesso spazio di una colomba di creta e il grande e il piccolo si equivalgono nella rappresentazione indicibile. Quei versi ci dicono che Giuseppe Pirozzi si vede pensato dalla sua arte, dalle sue mani, che ne custodiscono la forza e il progetto. Il suo lavoro, l’infaticata opera di lunghi anni, è una rappresentazione di ciò che resta dopo il diluvio: una congerie di oggetti urta contro la stanchezza di morte, la violenza subìta, la necessità di riordinare ciò che è rimasto, le ombre e le cose, la memoria e il peso dei nostri corpi distrutti. Le sue terrecotte sono il livello elementare di una sintassi necessaria, il drammatico passaggio dall’inorganico all’interpretazione che il fuoco costruisce di quella radice originaria, dove la terra somiglia alla carne e ha la bocca del desiderio. Rispetto ai suoi bronzi, esse mostrano ciò che quelli eludono, la realtà profonda alla quale non possiamo sottrarci e contro cui, alla fine, la forza del tempo riconduce. Mentre i bronzi spingono verso la superficie levigata delle cose - il riflesso barocco e funebre del loro apparire - le terrecotte (come queste, della mostra di Linee contemporanee) ci portano nella cella nascosta di ciò che desiderando temiamo, quell’intimità del delirio che ogni oggetto inutilmente nasconde. Il suo - se proprio dobbiamo trovare per l’arte di Giuseppe Pirozzi un più giusto nome - è un interiore informale, un processo linguistico inarrestabile nel parlarci dell’ombra, quest’unica realtà, che produce gli oggetti e l’illusione concreta che ci strugge. Scultore con la nostalgia di una bidimensionalità che, nella sua inaccessibile verità, ci è negata se non nei sogni, i pensieri estremi dei numeri, l’illusione del disegno. Conosco pochi disegni di Giuseppe Pirozzi, ma sono abbaglianti, essenziali, come arcaiche tracce dell’incanto di Altamura.

Rino Mele