2011

 
 

A Napoli, al MADRE Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina, è in corso - dicembre 2011 / aprile 2012 -una mostra antologica dedicata all’opera di Fausto Melotti (1901-1986). L’esposizione curata da Germano Celant ed accompagnata da un corposo catalogo Electa, ripercorre l’avventura artistica di uno dei grandi artefici del rinnovamento e dell’evoluzione del linguaggio plastico e materico del XX secolo, qui rappresentato attraverso un panorama di oltre trecento opere che spaziano dalle prime figure in gesso, ai bassorilievi del periodo astratto, alle sculture in ottone, ferro o inox, ai disegni e bozzetti, passando attraverso una spettacolare produzione ceramica, comprendente vasi, sculture in terracotta e maiolica, piastre texturizzate e smaltate e, soprattutto una corposa serie di “teatrini”, ossia piccole scatole-cornici, ripartite in scomparti, entro le quali si trovano oggetti e figure che evocano storie fantastiche.

Proprio la ceramica, ma non solo, è il trait d’union tra questa ed un’altra serie di sculture in terracotta, che quasi in contemporanea - dicembre 2011 / gennaio 2012 - sono esposte a Napoli, al Museo Archeologico Nazionale. Si tratta della mostra “Oscilla e altri reperti” che presenta l’ultima produzione di bassorilievi dello scultore Giuseppe Pirozzi (classe 1934), ispirati ad uno dei più tipici ornamenti del giardino romano, l'oscillum, un tipo di piccola scultura rappresentante una testa ed avente forma di scudo circolare o anche di piccola placca rettangolare decorata a rilievo su entrambi i lati. L’esposizione è curata dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei e si accompagna ad una preziosa pubblicazione di Giuseppe Appella, Edizioni della Cometa.

Altro anello di congiunzione tra l’esperienza artistica di Melotti e quella dello scultore partenopeo, è l’amore verso la materia e la maestria della téchne, intesa come perizia e capacità di “saper operare” in sintonia coi materiali e con le loro trasmutazioni, intrattenendo con essi un dialogo addirittura più intimo e sentito di quello con il mondo naturalistico, ascoltandoli ed esaltandone le qualità e l’essenza, senza tuttavia rinunciare ad affidare loro la propria rivelazione.

Il primo, testimone diretto delle avanguardie e di Duchamp, Gabo e Calder, capace di spaziare da una tecnica all’altra e di combinare tra loro diversi linguaggi preferendo il percorso della continua sperimentazione e dell’innovazione a quello della specializzazione, il secondo, formatosi sugli esempi di Marini e Moore e da sempre incline ad un modus operandi incentrato sulla via di porre, ossia sulla modellazione della materia molle, argilla o cera, finalizzata alla fusione o, come in quest’ultima produzione, alla sola cottura. Entrambi, interpreti di un’arte che non è rappresentazione di un modello naturale e neppure pura astrazione, ma espressione di una legge costitutiva, di un principio ordinatore e compositivo: il legame-relazione come principio fondante della vita, nel senso che nulla può esistere se non come risultato di un’interazione tra elementi che fa capo ad una intelligenza o energia aggregante e perciò creativa. Un assioma che si esplicita attraverso il rifiuto della forma chiusa e unitaria e l’affermazione di un pensiero sistemico, tanto nelle “architetture” rarefatte di Melotti, inventore di sistemi spaziali che si materializzano dal vuoto attraverso l’incontro di elementi lineari e piccole superfici, quanto nelle sculture corporee di Pirozzi, dense di accumulazioni visive, di rifiuti e reperti in bilico tra realtà e mito.

Ecco allora che le terrecotte di quest’ultimo rivelano, non meno delle sue opere recenti in bronzo (sua materia d’elezione), l’affiorare alla superficie della coscienza di immagini della memoria e del vissuto culturale dell’artista, in un affastellarsi di elementi ora naturalistici ora simbolici ora puramente formali che catturano la luce in oscure cavità per poi liberarla nei piani distesi e nelle forme sporgenti con un gusto barocco di ritmiche ed dinamiche alternanze. Così come frammenti di antichi discorsi interrotti e sedimentati dal tempo, poi inaspettatamente riemersi da una coltre di accadimenti, gli elementi si dispongono con maestria compositiva nel piccolo spazio delle formelle, ma in forma adesso silente, frammentaria e perciò misteriosa. Volti che ci osservano muti come stranieri nel contemporaneo, come maschere di una rappresentazione oramai conclusa dimenticate nel teatro insieme ai resti delle scene e a brandelli lessicali di un copione che l’artista ha devotamente raccolto per consegnarli alla cura e all’interpretazione dell’osservatore. Un osservatore che è poi l’uomo del nostro tempo: un viaggiatore frettoloso e superficiale, atterrito dalla lentezza e dal silenzio e incapace di coltivare quella vera attenzione che consiste, come scrive Simone Adolphine Weil, «nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile al soggetto, nel mantenere ai margini del proprio pensiero, ma a livello inferiore e senza contatto con esso, le diverse conoscenze acquisite». Eppure solo quest’attenzione, che rifuggiamo violentemente più della fatica fisica, una volta esercitata è in grado di riconsegnarci una comprensione ed una sensibilità più vere e profonde non solo verso ogni aspetto del reale, ma, in particolare, verso l’arte in tutte le sue forme. Perché, come ricorda lo stesso Melotti, «l’opera d’arte, quando è vera, ti allontana dal mondo, ti cinge di questa barriera di silenzio, e tu la vedi attraverso un vetro, quando è vera arte, che sia musica che sia poesia, scultura, ti trovi sempre davanti a questo vetro che ti dice che sei un pover’uomo, e che non arrivi all’angelicità dell’arte.», ed è quello il momento dell’attenzione e dell’ascolto del silenzio. Il momento in cui i mille fremiti del pensiero, sollecitati dalle fisionomie materiali portate in scena dall’artista, stanno sospesi nell’attesa che si ingeneri, come dal gesto d’un direttore d’orchestra, quel lampo di intuizione capace di accordare tutti i suoni in un’unica melodia che rallegra e fa palpitare lo spirito.

Così avviene davanti alle sue sculture, che hanno le sembianze di piccoli allestimenti di una rappresentazione che non si è già consumata - come accade in queste opere di Pirozzi - ma è ancora di là da venire e appare, tuttavia, interrotta, come per incantesimo, un attimo prima che attacchi la musica e lo spettacolo abbia inizio. Con le sue minute architetture ceramiche piene di grazia e di ingenua ironica gravità, arredate da suppellettili multimateriali che, talvolta oscillano o vibrano leggiadre ad un soffio di vento infrangendo la misteriosa immobilità dell’insieme, e popolate da personaggi che sono poco più che piccoli volti su corpiccioli filiformi. Ed è proprio attraverso queste piccole teste, modellate nell’argilla con minuziosa devozione e inserite, i come personaggi di Giotto, entro scatole sceniche fuori misura, che Melotti riesce ad infondere ai suoi equilibrati “teatrini” quella carica metafisica che vivifica l’intera composizione, sottraendola al puro astrattismo e trasportandola in una dimensione prossima alla poesia e al sogno. 

Volti di terracotta avvolti dal silenzio e dalla solitudine, nell’uno e nell’altro caso, ma calati entro contesti spaziali e formali diversi: quello di Pirozzi, fatto di forme esplicite, talvolta ridotte in frammenti, come gusci, lettere, numeri, pesci, modanature e ferri di mestiere, composti entro un’orditura densa e compatta, quello di Melotti, invece, aereo e luminoso, dominato dal vuoto e modulato secondo un ordine aureo nel quale ogni presenza materiale, dalla garza, all’ottone, alla carta, è in perfetto equilibrio con le altre; il primo, pregno del pathos e della raffinata sensualità delle sculture filo-elleniche dell’antica Campania felix, di Caravaggio e dei fastosi allestimenti barocchi, il secondo, invece, più etereo e razionale, informato ai principi dell’armonia e del contrappunto assimilati dall’esempio greco e poi rinascimentale, in perfetta sintonia con la sua formazione musicale e ingegneristica.

Due percorsi diversi che si snodano attraverso il ‘900, a distanza di circa trent’anni, in un’Italia più che mai divisa tra Nord e Sud, accomunati dalla volontà di raccontare sottovoce, con un linguaggio che sa sottrarsi alla retorica anche in presenza del dolore e del dramma, fatto di immagini evocative plasmate con una fantasia addomesticata, piena di garbo ed eleganza, dando forma a quella saggia incertezza che pervade l’artista, a quei suoi “pensieri mozzi” e a quelle “mezze idee” che individuano il confine dell’umana comprensione, ma gettano ponti verso la pura poesia.

Francesca Pirozzi