2011

 
 

La mostra“Oscilla e altri reperti”, ospitata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, ha stimolato il desiderio di approfondire la conoscenza dello scultore napoletano Giuseppe Pirozzi e della sua attività artistica, ormai cinquantenaria.

Ispirandosi all’arte e alla storia antiche, Pirozzi ha presentato al MANN ventiquattro rilievi in terracotta, di forma quadrata e circolare, dalla composizione raffinata; espressioni plastiche che traducono in una dimensione onirica e spirituale, in un paesaggio di memoria e sogno.

Tra gli esponenti più interessanti del panorama artistico della seconda metà del Novecento a Napoli, nel 2000 è stato annoverato quale accademico, presso l’Accademia Nazionale di San Luca (Roma), unico ente a carattere nazionale concernente le arti figurative. Vincitore di concorsi d’arte, spazia dalle sculture - negli anni cinquanta in gesso, poi in bronzo fuso a cera persa e infine in terracotta - alle grandi opere di arredo urbano, dai gioielli ai bassorilievi dipinti e alle plastiche ornamentali per l’architettura.

In riferimento alle sculture di grandi dimensioni, Pirozzi sottolinea la centralità del paesaggio urbano quale contesto in cui le sue opere vivono, dialogando con edifici e assi viari, attraverso dinamici scorci prospettici.

Aveva seguito il corso di scultura, all’Accademia di Belle Arti di Napoli, nella seconda metà degli anni cinquanta, in particolare con i maestri Monteleone e Greco, e negli anni sessanta, in un clima di intensa e vitale sperimentazione, presso la stessa Accademia ottenne la cattedra di Plastica Ornamentale (1964).


CC: Mi può raccontare della Sua esperienza di docente presso l’Accademia di Belle Arti?

GP: Il ruolo di didatta è stato centrale nella mia esistenza. Ho dedicato la mia vita ai giovani, più che alla famiglia e al lavoro. Tra i miei allievi annovero Annibale Oste, Gabriele Castaldo, Quintino Scolavino, Laura Cristinzio, Moio & Sivelli. Vengono a trovarmi ex-alunni di 72 anni, anche dall’America o dalla Puglia. Cosa ho insegnato? Un pò di tutto: filosofia sociale, estetica, pittura. L’allievo propone un’idea, il docente lo indirizza. C’è sempre un riferimento, Mirò, Picasso… Tutto è stato fatto, in un processo di conoscenza-memoria-storia. L’oggi c’è in virtù di ieri, ieri è già domani, il domani è ieri. Levi scrive che il futuro ha un cuore antico, viene da lontano.

CC: Qual è il ruolo della conoscenza?

GP: La conoscenza è importante; e dunque lo sono l’umiltà e il dubbio. La certezza delle cose è la morte. Camminare, scoprire, cercare, non trovare, non risolvere…è vita, senso del mistero. Lavoriamo alla ricerca del mistero che non sveliamo mai.

CC: Nella Sua attività artistica il rapporto conoscenza/memoria è trasversale ad ogni segno, sottende ad ogni significato. Come si estrinseca questa relazione?

GP: La memoria viene filtrata attraverso la ricerca del sé, del proprio io. Faccio lo scultore, non so scrivere. Ma la scultura per me è ricerca dell’essenziale, è indagare la realtà con pensiero fantastico. Penso a Luis Borges, alla dicotomia nella mia pochezza, al sogno.

La scultura nasce dalla quotidianità, filtrata da memoria, passato, ricerca. Questa è la materia formale della scultura. Non mi interessa il “fatterello”, come vada a finire, bensì come venga proposto il fatto, sublimando immagini. È un gioco di memoria... e mi chiedo, riprendendo Kafka, “dove mi porta?”. È come il parto che la madre non vede; è come quando al MANN ho avuto la sensazione di vedere i miei oscilla per la prima volta. E l’origine di tutto si perde nella memoria del quotidiano: un merlo sul balcone, cui do da mangiare, gli utensili del mercato che frequentavo da bambino…

A volte sento la necessità di uscire e così mi ritrovo a parlare per strada con tutti, spesso con il netturbino. Eppure un tempo ero molto timido… Credo che mi manchi la comunicazione con i miei allievi.

CC: Qual è il momento topico della creazione artistica?

GP: Quando ci si accinge ad iniziare, seppure sia un momento non definito. Emerge una sorta di inquietudine e comincia a venire fuori qualcosa; si forgia la materia, che a sua volta ti trascina verso certe direzioni e ti fa intravedere il percorso che stai facendo. L’inizio è traumatico, poi si comincia a chiarire e c’è un respiro consapevole. È il momento in cui comincio a configurare ciò che reputo necessario.

CC: Nelle Sue opere la materia si destruttura e attraverso la metamorfosi assurge a nuove forme, ricche di valori simbolici ed emotivi, mai concluse e sempre in divenire…

GP: Colui che guarda l’opera la completa. Per l’artista, invece, l’opera è finita. Il riferimento è Michelangelo: lasciare agli altri la possibilità di intervenire e concludere.

Da giovane realizzavo sculture direttamente in gesso; poi ho cominciato ad utilizzare il piombo, con tecnica artigianale, fondendolo e colandolo nella forma; in seguito, cemento e polvere di marmo; successivamente mi sono orientato verso il bronzo fuso a cera persa. Mi piace l’alternarsi di vuoto e pieno, di lucido e opaco… Sono interessato alla materia e alla tecnica, ma il pensiero viene prima… La trentina di tavolette in terracotta, realizzate nel corso di un anno e mezzo, sono nate da un’esigenza culturale, primordiale ed essenziale, di materializzare i pensieri.

CC: L’inaugurazione della personale “Oscilla e altri reperti” si è svolta in occasione dell’apertura straordinaria dello scorso 27 dicembre, per l’ultimo Martedì in Arte promosso dal MiBAC nell’ambito della stagione 2011. Allo stato attuale risulta che l’iniziativa non sia ancora ripresa per l’anno 2012, a causa di problemi economici. Cosa ne pensa in merito?

GP: Effettivamente questo è un tema delicato; la sospensione di attività culturali, intendo. Penso al Madre e alla crisi economica ed amministrativa che ha investito la struttura, avviatasi in maniera vivace, con esposizioni internazionali di artisti contemporanei e non. Credo si debba dare maggiore attenzione al contemporaneo. In tal senso apprezzo l’apertura del Museo Archeologico Nazionale all’arte contemporanea; ritengo vadano recuperati ed ampliati lo spazio e il tempo che vi si dedicano.

CC: Dagli oscilla esposti al MANN emergono volti di classica memoria, pesci, incisioni, tagli e lacerazioni…

GP: Inizialmente i miei erano volti appena accennati; verso la fine degli anni ’50 sono comparse le prime lacerazioni; poi ho completamente abbandonato la figura, riaffiorata in seguito come frammento (volto, mano, piede), così come emerge dalle terrecotte. Tagli e lacerazioni esprimono la volontà di andare oltre, di affondare le mani, anche nelle ferite. Il pesce, pregno di significato religioso, riporta alle origini della vita, allude all’ambiente marino e alla vitalità degli abissi, la vitalità che è dentro di noi.

CC: Nella Sua opera, e in particolare negli oscilla, lettere e numeri si sovrappongono e riaffiorano quali reperti, librandosi in un codice intimo e complesso. Le chiedo, se possibile, di accompagnarci in un percorso di comprensione dei codici…

GP: Lettere e numeri si ispirano, in chiave formale, a frammenti archeologici, quali pietre miliari. Riconduciamo al linguaggio contemporaneo il fascino del frammento/ lettera. È un invito a soffermarsi sulla parola, e poi a tramutarla/materializzarla attraverso il significato. Ad esempio, la parola “silenzio” è un segno grafico che costringe l’osservatore a cercare e a cercarsi. Lo spiazzamento delle lettere contribuisce a questo processo, nella tensione verso un equilibrio formale. Il caos di lettere e numeri esprime la perdita di linguaggio, parola e significato. Ormai non si parla più neanche il napoletano; si sta perdendo la specificità del dialetto, oltre che della lingua italiana. Le lettere “scombinate” alludono ai linguaggi di oggi. In una realtà in cui spesso si parla a vuoto, rappresento parole e numeri prigionieri, dietro una grata, per indurre a riflettere sulle “parole chiuse”, ad esempio, o sulla vana aspirazione a voler “fermare il tempo”, mentre possiamo fermare noi che diamo senso e valore al tempo.

CC: L’artista e la sua opera si nutrono di realtà, per quanto reinterpretata/trasfigurata; non ne sono certo avulsi. Quali sono le tematiche del contemporaneo cui Lei è più sensibile?

GP: Penso a varie problematiche, all’angoscia, al bombardamento visivo. Da qui un piano orizzontale, su cui immagino fumo, confusione, brandelli, sangue, frammenti, che non passano senza lasciare segno su di noi; funi spezzate, drammaticità ma anche speranza, non solo rappresentazione tragica.

Cosa penso della società attuale? C’è chi è in prima fila… Invece chi ha sgobbato una vita si ritrova in terza fila. Penso che si debba rivoluzionare un pò tutto…

CC: Potrebbe dirmi qualcosa dell’opera cui stava lavorando quando sono arrivata?

GP: Si tratta di un progetto di grandi dimensioni, una grossa opera da donare, assemblata di vari elementi in terracotta. È un altro viaggio che mi accingo a fare, l’impaginazione di una vecchia tradizione in una composizione nuova, una interpretazione della tradizione in chiave personale e contemporanea, che per ora svelo solo a Lei…


Apprezzato da molti critici per “la tecnica colta e la forte capacità comunicativa”, Pirozzi opera destrutturazione e ricomposizione in una tensione plastica ed estetica. I segni del repertorio figurativo - volti, animali, numeri e lettere dell’alfabeto - si sovrappongono fluidamente, in un percorso creativo di memoria, riaffiorando quali “reperti/ritrovamenti” attraverso un delicato ordine compositivo, lasciando emergere una dirompente energia espressiva.

Lo scultore, che ha sempre nutrito un forte interesse per l’archeologia, avverte il “fascino del frammento”, fino al “groviglio della materia”. Il “frammento di architettura”, in particolare, è memoria storica e suscita forti emozioni al pensiero “della frequentazione e del chi, come, quando: la muratura, le torri, i guerrieri, l’avvistamento, le fiaccole, i fuochi di segnalazione...” (Pirozzi).

A proposito del linguaggio della città, su cui focalizzano gli ultimi numeri della rivista, l’artista rileva nell’ambiente napoletano una certa vivacità culturale da un lato, in termini di prosieguo della tradizione e insieme spinta verso il nuovo, ed una sorta di “conservatorismo” dall’altro. Nel complesso la città è vulcanica; ciò che emerge particolarmente è la sua “fisionomia teatrale” (ed il connesso filone sperimentale). Il linguaggio della città storica, poi, è memoria ed energia, in questa “città aperta alle varie dominazioni, che ha assorbito culture ed esperienze di vita; il popolo mediterraneo assorbe tutto; acqua e fuoco sono i due elementi che ci appartengono: il mare ed il vulcano”...

Candida Cuturi