2007

 
 

Un enunciato, come questo appena esposto nel titolo, si può prestare, sul piano di una interpretazione squisitamente letterale, ad essere letto in almeno due differenti modi, a seconda che il genitivo in oggetto venga ad essere considerato come soggettivo od oggettivo: in un caso, avremmo che ad assediare sia l’arte; nell’altro caso, che sia quest’ultima ad essere assediata. In questo ultimo ciclo di opere scultoree di Giuseppe Pirozzi, mi pare che questa dialettica tra il soggetto e l’oggetto di un assedio venga ad essere come magistralmente esposto – e questo sia detto ancora per restare sul piano di una interpretazione letterale. Queste opere, infatti, mostrano quello che  ci aspetteremmo di trovare nella soffitta di una civiltà, beninteso, di una civiltà in declino. Cos’è una civiltà in declino? Una buona definizione è quella che ne dà un grande artista, Bruno Munari, in un suo testo fondamentale, Arte come mestiere. Munari in un capitolo sullo “stato dell’arte”, dal titolo “Arte misteriosa”, si interroga, retoricamente, circa il perché del dilagare di determinate forme estetiche: «Come mai la nostra epoca dà simili opere d’arte? [...] Una scatola trasparente piena di dentiere usate. Una merda in scatola, firmata dall’autore, dieci scatole da mezzo chilo. Un manichino da vetrina verniciato di bianco, un pacco di tela con centomila legacci di corde diverse. [...] Un particolare di un fumetto ingrandito. Non sarà per caso lo specchio della nostra società, dove gli incompetenti sono ai posti di comando, dove l’imbroglio è normale, dove l’ipocrisia è scambiata per rispetto dell’altrui opinione, dove i rapporti umani sono falsi, dove la corruzione è regola, dove gli scandali vengono insabbiati, dove si fanno mille leggi e non se ne rispetta nessuna?».

Sembrerebbe, e lo è, uno sfogo moralistico. Eppure, chi di noi non lo farebbe un po’ proprio? C’è da considerare, però, che questa, che, volendo prescindere dal tono generale, pur resta una lucida analisi che Munari compie della nostra società, è stata effettuata nei primi anni Sessanta del secolo appena trascorso: quaranta anni fa, quindi. E dire che sembra scritta oggi! Anche questo avrà un senso, no? E se volessimo rintracciarlo, non potremmo fare a meno di constatare che ogni società civile contiene in sé i motivi della propria contraddizione e che quella che stigmatizziamo, in tono moralistico, come corruzione dei costumi, nei fatti non è altro che il meccanismo con il quale ogni società, come nucleo civile normato, deve fare necessariamente i conti. Del resto, come potrebbe essere diversamente da così? Se ci si dà delle regole, se si ricorre all’espediente della legge, significa evidentemente che si vuole tenere lontano un pericolo che si intravede, almeno, come già presente o, quantomeno, imminente e se, quindi, non può darsi qualcosa come una società senza una legge, significa che, fin dall’origine, questo qualcosa come una società è minacciato da ciò che la legge cerca di arginare. E, se è vero questo – come è certamente vero, considerando la sterminata produzione letteraria moralistica, dalle origini della civiltà occidentale, volta, come nel brano citato sopra, a stigmatizzare i mali che affliggono una società –, allora non ci resta che riconsiderare i termini della questione, facendoci aiutare proprio da questo ciclo di ultime opere di Pirozzi. Ora, però, non vorrei che, sulla scorta di quanto ho appena scritto, si concludesse, frettolosamente (come spesso hanno concluso, per esempio, i politici corrotti), che siccome la corruzione c’è e fin dall’origine, allora, non ci resterebbe altro da fare che rassegnarci all’idea e convivere allegramente con essa: tanto essa sia uno di quei mali inevitabili. Questo non può essere l’esito di un discorso come quello fino ad ora svolto. Anzi, riconsiderare i termini di tutta una questione in merito ad un problema come quello della corruzione, dovrebbe proprio aiutarci a ripensare la possibilità stessa di interagire con essa, circoscrivendola e combattendola. Mi spiego meglio, ma mi rendo conto che per farlo, a questo punto proprio non potrò procrastinare oltre un rinvio alle opere di Pirozzi, che di tutto questo (mio) discorso sono la naturale causa e l’effetto. In queste opere, risulta immediatamente percepibile, come dicevo, l’esposizione di scarti, di rifiuti e brandelli significanti: lettere, numeri, frammenti di segni e forme, che rimandano ad un immaginario culturale composito, come quello di ogni civiltà complessa (ed ogni civiltà lo è, necessariamente). Letteralmente, quindi, questo ciclo di opere potrebbe essere considerato come consacrato ad un elogio del rifiuto, anche in questo caso nel duplice senso del termine “rifiuto”, come scarto e denegazione. Da un lato, esponendo i rifiuti di una civiltà, inevitabilmente si finisce per eccezionalizzarne l’esistenza, finendo per conferirgli quella centralità della scena che, per la loro stessa natura, non avrebbero mai avuto; dall’altro, e proprio per una ragione assolutamente speculare a questa appena esposta, nell’esaltare ciò che prima era in basso, compiendo questo ribaltamento di posizioni e valori, si finisce per creare una forma di opposizione a quell’ordine dell’esistenza, considerato fino a quel momento come inevitabile. Si creano, cioè, né più né meno che i presupposti di un atto di resistenza. E cosa altro potrebbe fare un artista, che seriamente, cerca di portare avanti il proprio lavoro, un artista che, nell’esercizio quotidiano della sua pratica, risponde alle sollecitazione del senso comune in lui inevitabilmente agente? Cosa potrebbe fare se non rispondere a questo assedio con un altro assedio, col suo personale assedio? Oggi, l’arte vive questa strana condizione (oggi come sempre): di avanzo, scarto, appendice, tutto sommato sacrificabile, in quanto del tutto inutile. Giusto per continuare sui toni di quella tirata moralistica, potremmo chiederci cosa mai ci si potrebbe aspettare da una società in cui le scempiaggini balbettate da un deficiente alla televisione valgono più di mille miliardi di poemi? Nulla, evidentemente. Ma, questo nulla non è propriamente un vuoto lasciato da un’assoluta mancanza, quanto piuttosto il vuoto derivante dalla tensione di un nostro atto desiderante. Questo nulla è tutto ciò con cui dobbiamo necessariamente fare i conti, tutto ciò da cui possiamo e dobbiamo partire, per resistere, per opporre resistenza alla corruzione, al degrado, civile e morale, da cui siamo quotidianamente assediati. Tutti noi, ci insegna Pirozzi con questo ciclo di opere, desideriamo e desideriamo vivere meglio, e questo desiderio, come ogni desiderio, nasce per forza di cose da una mancanza, da ciò che, nei fatti ci manca, perché è assente dalla nostra vita. Bellezza, onestà, purezza, mancano perché evidentemente assenti dalle esistenze di ognuno e il fatto stesso che questo desiderio ci costituisca autenticamente come esseri viventi superiori significa che questa mancanza non è propriamente qualcosa di nessun conto, un vuoto trascurabile. Noi siamo questo vuoto e la nostra stessa vita acquista un senso a partire da esso, a partire dalla capacità stessa che ognuno di noi ha di colmarlo quotidianamente, resistendo a tutto ciò che vorrebbe farci rassegnare ad accettarlo come inevitabile.

Dario Giugliano