2006

 
 

Ogni situazione è l’accadere dell’uomo e non può contenere che ciò che è in lui (Milan Kundera).

Coagulare in una verità (operazione dogmatica e idealista) il lavoro di un artista significa privarlo dell’umore, delle pulsioni vitali che, forse, solo una spirale interpretativa può dargli.

Il mio contributo, pertanto, sarà quello di aggiungere un po’ di confusione che concorra ad evitare ogni tentativo di mummificazione di quel lavoro.

Io sono semplicemente un pittore che, ahimé, non ha mai capito chiaramente cosa cerca né se all’interno della sua ininterrotta produzione ha mai concepito un’opera d’arte. Da qui l’ulteriore difficoltà a soddisfare la generosa richiesta dell’amico Pirozzi di formulare una testimonianza sulla sua densa attività scultorea. Non so, quindi, se mi riuscirà di infilare qualche decente riflessione che sfiori il suo fare nel frappé di parole di cui impudicamente abuserò. Mi vengono però in aiuto alcune considerazioni come queste che trascrivo a memoria: “Penso da tempo alla possibilità di un rapporto fra l’artista e la natura”, oppure “[...] la ricerca diventa stimolo incessante a trovare un linguaggio che oltre ad appagare se stesso lo pone in condizione di comunicare con gli altri”.

Ora, sebbene io ritenga che ciò che cerchiamo, come ho avuto modo di dire in altre occasioni, non è probabilmente lo svelamento di qualcosa né lo smarrimento in una forma acquietante, ma piuttosto il limite estremo oltre il quale c’è il nulla, credo che mai come oggi si avverta il bisogno di ricreare un rapporto arte-vita che per diverse ragioni è stato interrotto.

Giuseppe Pirozzi cerca con ostinazione di dare forma a questo rapporto ricorrendo alla memoria, ad accumulazioni visive, ad un uso suggestivo del rifiuto, del pattumierato, riproponendo arti umani e operando incastri solo apparentemente gratuiti, vale a dire servendosi, grosso modo, degli stessi reperti di chi mira a dialogare con l’inesistente; ciononostante, senza mai rinunciare del tutto all’evidente amore per la tradizione. Amore riscontrabile non solo nella presenza di vari frammenti della classicità, ma dalla trasposizione di ogni cosa nell’antica e nobile materia del bronzo.

La volontà di ricomporre il rapporto fra reale e immaginario in una fase storica in cui si è attuata una totale derealizzazione di quei valori culturali, politici, ideologici che penetravano nella vita quotidiana e su cui la cultura umanistica fondava la propria idea della storia, risulterà vana, utopica, ma unicamente confortata dalla convinzione secondo cui un gesto utopico vale spesso più di qualunque segreto strappato al mondo esterno.

Purtroppo, fino a quando solo il denaro sarà ritenuto l’unica cosa bella non riusciremo, col nostro lavoro, a modificare alcunché.

Vi è sempre qualcosa in noi che si ribella al mondo senza realizzarsi, ma ci resta ancora il compito di essere noi stessi. Forse, è per questo che il mio interesse è da tempo rivolto all’uomo più che all’artista.

Giuseppe Pirozzi, mio buon amico, è persona di lindore interiore raro; il suo lavoro scaturisce, quasi sempre, da quel profondo senso umano e dal bisogno di comunicare agli altri la sua indefettibile disponibilità a concepire un mondo migliore.

Mario Persico 2006