1967

 
 

La scultura di Giuseppe Pirozzi è tipicamente napoletana in ogni sua piega. Ciò, ovviamente, non significa che è provinciale, nel senso limitativo del termine, visto che a Napoli esiste una situazione plastica davvero viva e piuttosto ricca, per non dire poi che nel capoluogo campano vive ed opera uno dei maggiori scultori d'Europa, cioè Augusto Perez, una presenza questa con cui tutti i giovani scultori napoletani hanno dovuto e devono fare i conti. Non escluso Pirozzi, naturalmente.

Tuttavia Pirozzi rivela già di avere un temperamento abbastanza autonomo sia per quel che riguarda il senso della materia, sia per quel che riguarda il senso dello spazio e sia per quel che riguarda il senso tragico della vita. Miseria e morte, la miseria e la morte ormai per lunga tradizione e storia tanto napoletane, pervadono la scultura di Pirozzi, dando un sapore tragico a quel fremito di vita che sprizza da quasi tutti i suoi pezzi. E si badi, non si tratta qui, come in Perez, di miseria della carne, ne di morte etica o bellica; in Pirozzi la miseria è quella dell'esistenza quotidiana e la morte di conseguenza è esistenziale, senza essere ancora assurta a fenomeno sociale.

Quel che più colpisce di fronte a queste scene di uomini caduti e di vittime della miseria propria e circostante è l'aspetto d'impassibilità che assumono gli oggetti e i suggerimenti ambientali che sono in rapporto con le figure, quelli realizzati con esattezza quasi da calco, queste appena riconoscibili per le devastazioni e gli squassi della forma. C'è come una contraddizione tra la vita che soffre e l'insensibilità dell'ambiente. Quello che è sempre stato uno dei più grossi problemi di ogni scultore, cioè l'inserimento della figura umana nello spazio, Pirozzi non lo concepisce in termini esclusivamente plastici, poiché egli sembra avvertirlo, da buon napoletano principalmente come problema d'esistenza. E' da qui che egli cerca di partire per trasporre poi in plastica tale 'suo senso tragico della vita, per questo la sua scultura è così palpitante, per questo ili suo spazio è così denso, per questo la sua materia è così tormentata. Tutta la gran tradizione del barocco napoletano egli la mette sapientemente a frutto per corroborare tale suo atteggiamento che è direttamente discendente del visceralismo della sua plastica degli anni passati, quando la miseria della condizione umana era intesa essenzialmente come dolore fisico, tanto che II tronco umano poteva giungere a somigliare sorprendentemente a un bue squartato. Penso che senza tener presente certo panneggiare barocco non si possano spiegare certi raggrinzamenti delle figure di Pirozzi, anzi a me a volte sembra quasi che la carne in Pirozzi si faccia panno per esprimere più completamente la sua degradazione dalla sfera del1!'organico a quella dell'inorganico, che è poi appunto la sua miseria, risultato d'un'esistenza abbrutente. In questa scultura presente e passato si intersecano, il primo sotto forma di situazione umana riferita ad una realtà attuali e, il secondo sotto forma di memorie. Ma siccome le memorie che Pirozzi estrapola dalle sue esperienze passate si riferiscono tutte alla tipica condizione umana del presente (quasi che Pirozzi frughi nel passato per confermare storicisticamente la veridicità del « ritratto » che egli ci da del presente) avviene una curiosa identificazione di passato e presente e le memorie si solidificano divenendo presenze concrete come quelle della realtà presente. Non ci si lasci ingannare da questa contaminatio e dall'apparente ermeticità figurale che ne deriva per giungere a definire intimistico il discorso di Pirozzi che, a mio avviso, è strettamente collegato ad una situazione oggettiva quale è quella appunto della miseria e delle cadute mortali a cui è soggetta l'umanità d'oggi, e non solo a Napoli. C’è una struggente partecipazione di Pirozzi a tale situazione che, nonostante i sostrati autobiografici, è tutt'altro che intimistica. Anzi a ben vedere, se non imi traggono in inganno certi esiti nuovi di alcune sue opere più recenti in cui sembra, accanto alta personali e messa a frutto dell'intuizione spaziate del Perez degli specchi, farsi più controllato e cosciente nonostante una maggiore concitazione il periodare plastico; a ben vedere, dicevo. Pirozzi sembra avviato a dar prove di robusto realismo, ricco di implicazioni e, spessori piuttosto complessi, che potranno far collocare molto presto la sua scultura, già qualitativamente alquanto alta. tra i risultati più cospicui della a giovane scultura italiana.

Giorgio Di Genova, estratto dal catalogo della mostra